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Storia Kenji Oshikawa Sensei, fondatore del kenpo karate
Quantunque
non ben definita sia la linea di confine fra leggenda e realtà, si narra che già
nell’India di circa 5000 anni fa, esistesse un primordiale sistema codificato di
combattimento a mani nude, che veniva tramandato di padre in figlio, affinché lo
stesso potesse continuare a vivere ed evolversi nel tempo. Naturalmente era
soltanto una cerchia ristretta di fortunati che potevano essere iniziati alla
pratica del
combattimento a mani nude, che soltanto difficilmente veniva insegnato a chi non
fosse legato al Maestro, da strettissimi vincoli di parentela o di amicizia. Quello
che viene oggi ricordato come l’antico Kenpo Indiano, intorno al 520 d.C.
venne portato in Cina da Bodhidharma, caposcuola del Buddismo Chan (“Zen” in
giapponese), che si era recato presso il Tempio Shaolin della provincia
nord-cinese di Honan, per diffondere la sua dottrina.
Presto si rese conto di quanto
deboli ed indifesi fossero i Monaci, cosicché, ritiratosi in meditazione in una
caverna (si dice per 9 anni) e forte degli insegnamenti marziali del padre, il
Re indiano Sughandha, mise a punto un sistema di tecniche di lotta a mani nude
ed esercizi fisici e mentali, che rinforzassero il fisico e fortificassero lo
spirito, cosicché ben presto non successe più che i Monaci venissero assaliti e
derubati di quel poco che possedevano; piuttosto, in breve tempo, in tutta
Da allora in avanti, lo Shaolin
Kenpo si evolse in tutti i suoi aspetti e durante
Tutto cambiò, quando con la forza,
alla dinastia dei Ming, successe al potere quella della fazione in opposizione a
questa, dei Ching (1644 – 1911), la quale, nemica della dinastia decaduta, si
considerò apertamente nemica di quanti avevano appoggiato fino a quel momento i
Ming; Monaci Shaolin compresi. Iniziò così un periodo di dittatura e di terrore
che portò anche alla distruzione del Tempio Shaolin di Honan e non solo di
quello, che era nel frattempo diventato rifugio di chi scappava dagli oppressori
e di quanti si riunivano in società segrete contrarie al regime. Ciò contribuì
in modo sensibile alla diffusione del Kenpo Cinese, visto che era aumentato il
numero dei laici che entravano in contatto con i Monaci.
In seguito alla distruzione del
Tempio Shaolin della provincia di Honan, coloro che non trovarono la morte,
furono costretti a nascondersi e molti di loro lasciarono
Soltanto all’inizio del 1800 si
ebbe, ad opera dei Ching, un allentamento del regime che, pur rimanendo
dittatoriale, si aprì, in parte, a nuove idee.
Fu così che fu riammesso
l’insegnamento delle Arti Marziali che, nel frattempo, si erano diversificate,
cosicché, l’originale Kenpo Cinese cominciò ad essere conosciuto come Gung
Foo (poi Kung Fu), nel sud della Cina, ma nacquero e si diffusero
successivamente anche lo Shorinji Kenpo in Giappone, così come il
Ju-Jitsu, dal quale, nacque il Judo e successivamente l’Aikido,
il Karatedo ad Okinawa, poi diffusosi in tutto il Giappone, quando a
quest’ultimo, l’isola fu annessa definitivamente, ma anche il Tae Kwon Do
in Corea, il Viet Vo Dao in Vietnam, ecc.
Quello che ci riguarda
particolarmente da vicino è lo Shorinji Kenpo (anche Kempo nella pronuncia
occidentale per questioni fonetiche), il cui termine Shorinji non è altro che la
traduzione del cinese Shaolin. Esso nacque in Giappone alla fine della prima
metà del secolo scorso, ad opera di Doshin So (1911 – 1985), caposcuola del
Buddismo Kongo Zen, filosofia orientale che si basa sull’insegnamento del
raggiungimento della pace interiore e dell’armonia fra corpo e spirito che uniti
moltiplicano le potenzialità individuali in virtù anche di un programma composto
da 600 tecniche di lotta a mani nude.
Nella prima metà degli anni settanta,
arrivò in Italia il Maestro Kenji Oshikawa, fondatore del Kenpo Karate,
in stretta relazione con lo Shorinji Kempo che annoverava in Giappone, tra i
maestri che lo insegnavano, il Maestro Hiroshi Toda. Quest’ultimo,
maestro di Kenji Oshikawa, si discostò per la prima volta, da quelli che erano i
rigidi canoni dello Shorinji Kempo, in cui grande importanza aveva l’aspetto
meditativo e iniziò i suoi studenti ad una pratica più assidua delle tecniche di
combattimento. Quest’ultimo aspetto, affascinò particolarmente Kenji Oshikawa
che, enfatizzandolo ulteriormente si dedicò ancora di più alla pratica del
combattimento libero che assumeva adesso grande importanza nella pratica del suo
metodo, ma che nel contempo, si allontanava sempre maggiormente dai principi
ispiratrici dello Shorinji Kempo; in tal modo, questo nuovo sistema di lotta a
mani nude, pur conservando molte delle principali caratteristiche tecniche dello
Shorinji Kempo, non potè più continuare a chiamarsi tale e sulla scia di
ulteriori stili di Karate già esistenti ai quali per molti versi lo assimilava,
lo chiamò Kenpo Karate.
I primi maestri di Kenpo Karate in
Italia, dopo la scomparsa di Kenji Oshikawa ed allievi diretti del fondatore,
furono Gianni Costa, Giuseppe Crisafulli e Bruno Capurro,
ma purtroppo, per quanto si siano prodigati, non sono riusciti, per una
molteplicità di motivi, a fare in modo che il Kenpo, venisse riconosciuto a
carattere nazionale, da una struttura federale, come era già avvenuto in altre
parti del globo, fra le quali lo stesso Giappone e gli U.S.A., alla stessa
stregua di altri stili di Karate riconosciuti come “tradizionali”, come lo
Shotokan prima, ad opera di Gichin Funakoshi, universalmente
riconosciuto come il padre del Karate moderno e lo Shitoryu, fondato da
Kenwa Mabuni e poco dopo il Wadokai ed il Gojuryu, fondati
rispettivamente da Hironori Otsuka, allievo diretto di Funakoshi e
Chojun Miagi, allievo diretto di Kanryo Higaonna, che era stato anche il
Maestro di Mabuni, unitamente a Itotsu Anko, Maestro dello stesso Funakoshi.
E’ comunque innegabile il fatto che
gli stili riconosciuti, avessero già un ottima organizzazione tecnico-didattica,
attraverso la realizzazione di quaderni tecnici ben definiti ai quali facevano
riferimento i praticanti, a dispetto di un disorganizzato Kenpo che possedeva un
quaderno tecnico mai ben definito e comunque mancante di Kata e Kihon, che
costituiscono la base di ogni stile di Karate e pertanto accadeva che, al fine
di un riconoscimento federale, ai Kenpoka, occorresse presentare in sede d’esami
un programma attinente ad altri stili.
Il Maestro Ignazio Bonadonna, (Ibo)
caposcuola oggi del Kenpokai Karate Do in Italia, fu il primo a
comprendere che per potere effettuare un deciso balzo qualitativo in avanti,
bisognasse approfondire i principi sui quali si fondavano gli stili di Karate
reputati tradizionali ed il loro studio, mediante l’approfondimento degli stessi,
in ambito anche di altre Arti Marziali come il Judo, il Ju-jitsu e l’Aikido che
focalizzavano l’attenzione sulle tecniche di proiezione, immobilizzazione, leve
e torsioni articolari.
Fu così che nel Maggio del
Il Maestro Pagano si accostò alla
pratica dell’Aikido ed a tutt’oggi continua ad insegnarlo ed il Maestro
Bonadonna, nel fermo intendo di proseguire nel migliore dei modi il cammino che
già nella sua mente aveva intrapreso da tempo, ottenne dalla Federazione, sette
mesi di tempo, per redigere un programma che fosse comparabile a quello degli
altri stili e quindi riconosciuto. Fu così che nel Dicembre del 1992, il M°
Bonadonna venne nominato Responsabile Nazionale di quello che, per distinguersi
dal vecchio Kenpo, si chiamò Kenpokai, in cui i principi fondamentali del
tradizionale, convivono con le caratteristiche salienti dell’antico sistema.
Ibo Sensei
CONSIDERAZIONI
A ciò si arriva in seguito alla
rottura dei rapporti tra i Dirigenti Federali ed i Responsabili del Kenpo
Karate, del Maggio 1992. Se la stessa, infatti, poteva sembrare essere la
possibilità perduta, ai fini dell’affermazione in Italia dello stile, essa
rappresentò invece l’occasione per il suo riconoscimento, o per meglio dire, per
il riconoscimento di un lavoro che, pur affondando le sue radici nei vecchi ma
sempre validi principi tecnici e filosofici, si accostò agli altri, quale stile
di Karate oggettivamente riconosciuto come tale, prima da una e successivamente
da altre, Federazioni Nazionali e poi anche Internazionali. Fu infatti nel
Novembre del 1995, che il Kenpokai esordì e fu per la prima volta riconosciuto in campo
Internazionale, in occasione della Coppa del Mondo svoltasi in Grecia.
Alla Manifestazione, alla quale i
colori italiani erano rappresentati dalla Rappresentativa Nazionale Italiana
Kenpokai, ufficialmente invitata dalla Federazione Greca, era presente
quello che allora ricopriva la carica di Vice-Presidente della W.U.K.O.
(World Union Karate Organizzation), il Maestro O’Neil.
Proprio a cena col Maestro O’Neil,
che affettuosamente soprannominò Ibo, il Maestro Ignazio Bonadonna,
scherzando sulla lunghezza del nome, si discusse circa le difficoltà che
incontravano gli stili non considerati tradizionali. A fine serata, che si
rivelò alquanto costruttiva, si trovarono entrambi concordi, unitamente a quanti,
Maestri ed Arbitri, erano presenti alla cena, sul fatto che il significato ed il
valore di “tradizionale”, non dovesse essere desunto dal nome di uno stile ma
dovesse essere dato dai
principi ispiratori dello stesso, che vanno ben oltre il suo nome. A tal
proposito lo stesso O’Neil, precisò, nel fare i complimenti per i risultati in
gara conseguiti dai Kenpoka Italiani, che egli stesso non aveva mai dubitato che quello
che veniva dimostrato dai Kenpoka, non fosse a tutti gli effetti Karate, ma che
anzi, aveva avuto modo di apprezzare in modo particolare, alcuni dettagli,
sinonimo di studio approfondito ed a tal fine, incoraggiò Ibo ad andare avanti
nella battaglia, convinto (ed i fatti poi gli hanno dato ragione), che da lì ad
un decennio, sarebbero intelligentemente cadute le barriere relative agli stili
di Karate, che aveva bisogno di grande apertura mentale per favorirne
l’espansione, mediante l’aggregazione e non la segregazione.
Quest’incontro fu determinante
nella vita di Ibo, che tradusse lo stesso, in ulteriore voglia e convinzione di
proseguire nel suo intento di far conoscere sempre maggiormente il Kenpokai, che
era stato fino a quel momento promosso dagli eventi, grazie ad Ibo, che, fermo
nel convincimento che occorresse conoscere più possibile, approfittò della
circostanza accaduta nel ’92 di cui è già stata data notizia e che verrà
ulteriormente più avanti ancora ricordata, per approfondire lo studio dello
Shotokan col Maestro Navone e del Wadoryu col Maestro Berengario,
ampliando la propria conoscenza tecnica che si era avvalsa nel frattempo dello
studio protratto per un paio d’anni dello Shitoryu-Shitokai con Shihan
Shakeri e del Fudokan con Shihan Ilija Jorga, Responsabile
Mondiale della International Tradizional Fudokan Karatedo Renmei, sistema
I.T.K.F. (International Traditional Karate Federation), con il quale il Maestro
Bonadonna iniziò lo studio approfondito dei principi dello stile ed è proprio a
lui, allievo diretto del Maestro Taji Kase, allievo di Funakoshi, che lo
stesso deve tantissimo e del quale lo stesso si reputa tutt'ora allievo
(se uno studente elegge a proprio Maestro lo stesso Maestro che elegge lo stesso
studente come proprio...., allora un Maestro è per sempre!).
A volere essere ancora più precisi,
lo studio del Fudokan cominciò già dal
Ilija Jorga Sensei
Fin da subito, Ibo si rese conto
che lo studio dei vari stili di Karate avevano un unico comune denominatore: i
principi fondamentali, anche se più o meno rigidamente applicati, partivano
dalle stesse considerazioni di carattere generale ed avevano univoche
caratteristiche, quelle riconosciute dal Maestro Ignazio Bonadonna, come quelle
che aveva cominciato a studiare col nonno paterno, suo omonimo, da quando nel
1971, all’età di 4 anni, intraprese con questt’ultimo, che fu il suo primo
Maestro, lo studio del Karate, mentre contemporaneamente prendeva lezioni di
Judo, che studiò fino al 1992. E’ proprio al suo Maestro di Judo, Filippo
Barucci, che Ibo deve quello che lui indica come “il sapere stare sul
tatami”.
Era un appuntamento a dir poco
importante, quello in programma nel Dicembre del 1992 ad Aqui Terme, ove
dovevano incontrarsi i responsabili della Confederazione Italiana Arti Marziali ed il Maestro Bonadonna,
con lo scopo di presentare un programma ufficiale completo che avesse tutte le
caratteristiche idonee, al fine di essere posto al fianco degli altri programmi
di Karate Do e farlo, finalmente e per la prima volta in Italia, riconoscere in
campo nazionale. Sarò sempre riconoscente al Presidente della C.I.A.M. Antonio
Coladonati, per avere creduto in me e per avemi concesso questa possibilità,
grazie alla quale si è potuto fare il primo passo.
Sette mesi erano veramente pochi,
ma una chance del genere non poteva e non doveva essere sprecata.
Per tutto il mese di Giugno,
Luglio, Agosto e Settembre, dalla mattina alla sera, spesso crollando e dormendo
nel Dojo, Ibo diventò un tutt’uno con lo stesso, che in quel periodo divenne
grande amico e rifugio e che, malgrado il caldo avesse potuto far riempire otri
di sudore, induceva a continuare, facendo respirare al suo interno, un atmosfera
magica che ormai lasciava intravedere il raggiungimento di un obiettivo e la
realizzazione di un sogno.
I mesi di Ottobre e Novembre
servirono ad organizzare il lavoro svolto secondo dei criteri di logica ai quali
il programma era necessario che rispondesse ed alla fine, utilizzando le
conoscenze marziali di cui si era fatto tesoro, ma anche seguendo i dettami
della medicina e della fisica, l’obiettivo fu raggiunto.
Grazie allo stesso dott. Ilija Jorga, cardiologo impegnato in Germania ed esperto e grande appassionato di riflessologia ed al dott. Felice Vitulo, direttore del reparto di fisica sanitaria e radioprotezione presso il Policlinico Universitario di Messina, nonché docente universitario alla facoltà di Fisica della stessa città ed al quale, il M° Bonadonna, fra le altre cose, gli è grandemente riconoscente per l’aiuto ricevuto durante lo studio relativo alla “dinamica delle proiezioni”. Grazie anche all’importante contributo del dott. Sergio Oteri, psicologo ed esperto di Karate, primo allievo e prima cintura nera di Ibo e primo Kenpoka a vincere un titolo italiano. Oteri è stato consulente di fondamentale importanza nella formazione dei futuri Istruttori, per i quali si è reputato di estrema importanza la conoscenza ed il riferimento ai principi psicologici appropriatamente applicati all’insegnamento del Kenpokai.
Shihan Ilijia Jorga e Shihan Ibo Il Maestro Bonadonna, grande appassionato di psicologia, ha puntualizzato più volte come si può anche apprendere molto dai propri allievi, ed ha portato spesso come esempio, proprio il rapporto esistente tra egli stesso e Sergio Oteri, della conoscenza del quale si è avvalso per fare in modo che l’approccio al Kenpokai, relativamente al sesso o all’età, ma anche al traguardo che si intende raggiungere, sia sempre il più appropriato, nella consapevolezza che la conoscenza, lo studio e l’approfondimento, si maturi nella coscienza di chi, se vuole migliorare, deve convincersi di non conoscere ancora abbastanza. Oggi, Shihan Ibo, indiscusso caposcuola del Karate Kenpokai in Italia, è a capo della A.I.K.K., l' unica struttura in Italia legalmente autorizzata al conferimento di gradi e/o qualifiche relative a questo stile che, ormai riconosciuto da Federazioni ed Organizzazioni varie di carattere nazionali ed internazionali, trova la sua massima espressione nella Feder Karate Italia e Discipline Associate, fondata da Shihan Ibo nel 2009 e che da subito si è affacciata sul panorama internazionale con la Rappresentativa Azzurra da lui diretta, mietendo successi importanti sui tatami d' Europa. Egli inoltre riveste la carica di Presidente Internazionale della W.T.K.F. (World Traditional Karate Federation), incarico fortemente richiesto da Malta e Germania, da anni dell'Italia partners fidati, ed appoggiato da molte altre nazioni, fra le quali, Tunisia, Marocco, Palestina e Stati Uniti. E’ di Ibo la frase: “La prima cosa che deve imparare, chi vuole imparare, è, imparare ad imparare; la prima cosa che deve imparare, chi vuole insegnare, è imparare ad insegnare, la prima cosa che deve insegnare, chi vuole insegnare, è, insegnare ad imparare”.
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